Le Tonnare del Golfo di Castellammare


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La tonnara di Capopassero



  Storia

Sicily
Posta sul litorale di Pachino nella Sicilia Sud orientale è calata a circa tre chilometri dalla soprastante di Marzamemi e come quella è anch'essa di "corsa" e "ritorno", il piede sta sull'isolotto omonimo, possiede un gran malfaraggio con case e magazzini. 

Qui si catturarono fino a quattromila tonni nelle stagioni più fortunate, è denominata anche di Portopalo ed è stata in passato costituita da due apparecchi di reti, la grande o "di mare" e la piccola o di "terra", attuale proprietario ne è il barone Pietro Bruno di Belmonte (n.1923 - 2004). 

Il diritto di pesca da cui origina l'attuale tonnara risale al medioevo, concesso come baronia feudale sottoposta a investitura, vassallaggio e obbligo di equipaggiare un cavallo armato ogni venti onze di reddito. 
I possessori in genere solevano dare in gabella l'esercizio a gestori mercanti, interessarti ad ottenere facili guadagni con il minimo impegno finanziario. 
Dal 1774 nel trapasso dei proprietari di capo Passero si inserisce in qualità di enfiteuta il principe di Villadorata Corradino Nicolaci, il quale ammoderna l'esercizio di pesca ed investe abbondantemente sia sulle attrezzature mobili che su quelle fisse. 
Persa la proprietà a seguito di una controversia legale, ne ritorna in possesso infine in qualità di censuario nel 1795. 
Ceduta in gabella nel corso dell'800 venne disattivata. 

Bisognerà attendere il 1895 perché la tonnara dopo decenni di inattività venga riarmata ad opera di don Pietro Bruno di Belmonte proprietario all'epoca di una quota dell'esercizio. 
Da allora con regolarità annuale fino al 1969 la tonnara è stata calata, successivamente è stata calata con frequenza quinquennale fino al 2000.



 

  La vita nella tonnara

Capopassero
Il periodo di attività della tonnara di Capopasero andava da maggio ad ottobre, nei restanti mesi le attività erano quelle del confezionamento delle reti di cocco, canapa, sisal. 

A maggio si riparavano le reti vecchie, si ripulivano gli ambienti, e si approvigionava lo stabilimento dei materiali occorrenti per la conservazione del tonno. 
Il fabbro riparava le boe rotte ed arruginite, i carpentieri riparavano e cospargevano di pece le barche nei caseggiati posti sull'isola di Capo Passero. 
Il proprietario si stabiliva nella sua residenza presso lo stabilimento. 
La deposizione delle reti non era certo agevole poiché queste dovevano essere legate alle funi delle boe ogni dieci cm. circa. 

Approssimandosi il mese di giugno la pesca era alle porte. 
In quel tempo gli impiegati alla tonnara erano i due rais, due raisotti (o vice rais, scelti tra i tonnarioti più bravi che a loro volta erano i marinai più esperti nel calo delle reti e nella cattura dei pesci), circa 40 tonnarioti, 26 terrazzani, gli operai cioè adibiti ai lavori sulla terraferma. 
Questi ultimi erano suddivisi in iannuoti, vecchi pescatori non più buoni per la mattanza e pertanto adibiti allo scarico dei tonni sulla balata, da infanti, i quali portavano a spalla o con il carrello i tonni dalla balata verso il bilico, da sventratori, addetti alla lavorazione, stagnini, fabbri, custodi.



 

  L'edificio


Capopassero tonnara
Muri di cinta e cancelli separano i diversi spazi fisici e funzionali. 
Qui erano spazi per la residenza, per le lavorazioni, e magazzini. 

Attorno alla loggia grande, cuore della tonnara, si svilupparono i numerosi magazzini delle dogarelle, dei barili, dove un rialto consentiva al contadore di seguire i procedimenti paleoindustriali per la conservazione sottosale ed in salamoia e di annotare nel contempo le debite registrazioni. 
Vicini erano il magazzino della sorra, il prodotto più raffinato dell'intera serie delle tonnine, il magazzino delle botti "nominato di Santa Lucia" e il magazzino del sale grosso. 

Non mancavano i dammusi per le derrate alimentari. Nell'arsenale fervevano le opere dei bottari e dei calafati, mentre nella silenziosa camperia, deposito delle reti da una stagione alla successiva, si provvedeva saltuariamente alla manutenzione dei cavi e ad interventi di emergenza sulle reti. 
Nella panetteria si ottemperava invece ad una esigenza di ordine diverso, si dispensava quotidianamente la razione del pane. Per i cavalli e i carrozzini dei cavallari, gli acquirenti del tonno fresco, era a disposizione una loggia aperta sorretta da pilastri. 

I locali adibiti a funzioni abitative erano attribuiti, secondo gli stessi criteri gerarchici che regolavano la vita della tonnara: le stanze del rais, la casa dei calafati, le case dei marinai, dei maestri terrazzani, del campiere di loggia e del custode. 
La residenza del proprietario era costituita da una abitazione principale occupata solo nel piano superiore, in quello inferiore si trovavano le cucine ed i servizi accessori. 

Capopassero La chiesa "in calce e arena con l'affacciata e coro balatato di pietra di Malta", si erge imponente di fonte al mare, a fianco della casa dell'amministrazione ed è dedicata sin dal secolo XVII alla S.S.Annunziata. 
La facciata completamente erosa dal vento e dal salmastro, mostra le pietre ripulite dell'intonaco. 
Alta 15 metri, dalla base all'apice che termina con una croce, ha un prospetto di m. 8 nella cui parte centrale campeggia una grande croce dell'ordine di Malta. 
Il tetto è oggi sconnesso e le pareti sono in rovina. 
Le misure interne della chiesetta sono di m.9 in lunghezza dall'entrata al primo gradino dell'altare, e di m.12 dall'entrata al muro dietro l'altare. In larghezza misura m.6,30. 

tonnara di capopassero La produzione industrializzata della fine dell'Ottocento impose la costruzione di un vero e proprio stabilimento, con mattatoi, essiccatoi, sala caldaia, in grado di permettere l'utilizzo di almeno sessanta operai. 
I locali erano quindi collegati tramite una passerella in muratura alla balata, costruita ad altezza del livello del mare in modo da consentire l'attracco delle chiatte cariche di tonni. 

Ai primi del novecento i caseggiati furono restaurati ma sorsero anche opere nuove in un'atmosfera di esaltato ottimismo per il nuovo secolo e per i buoni profitti. 
Tonnara di Capopassero Gli alloggi dei tonnarioti erano dislocati sul lato nord, in parte addossati alla sala mensa, in parte ai margini della via di accesso allo stabilimento I tonnarioti per andare al lavoro dai loro alloggi, dovevano attraversare la sala che serviva anche da spogliatoio. 
I pesci scaricati dai barconi che servivano per il trasporto, erano riposti su carrelli condotti un tempo manualmente, e poi da un argano a motore. 
Il binario del carrello terminava nei pressi del bilico per la pesa, posto all'ingresso della prima grande costruzione dell'impianto di lavorazione. 
Questa costruzione era formata da due parti unite, ognuna con strutture e coperture proprie. 
In tale ala del complesso un locale nel locale era l'ufficio amministrativo costituito da una struttura in legno e posto nei pressi dell'ingresso. 
Tra i pilastri che sorreggono la struttura del tetto, a circa tre metri d'altezza delle travi in ferro per sostenere i tonni per la coda dopo lo sventramento. 
Il pavimento è in forte pendenza per facilitare le operazioni di lavaggio. 
Entrando verso destra si incontrano quattro aperture, le prime due immettono nei locali delle celle frigorifere, la terza nel magazzino che custodiva le reti, ed altri accessori di armamento, la quarta a forma di portone, introduceva nelle abitazioni dei tonnarioti. 
L'ambiente comunicava da ovest per tramite di una apertura con quelli della lavorazione. 
Questi prevalentemente all'aperto sono a quota più alta del precedente. 
La parte centrale è occupata dalle fornaci per la cottura del tonno. 
Un'alta ciminiera a cui attraverso canali sottotraccia affluivano i fumi delle fornaci, ne favoriva l'evacuazione. 

La zona all'aperto per il taglio ed il lavaggio era quella nord. 
Una scala portava agli altri ambienti, costituiti da un porticato e dai magazzini adiacenti, e destinata al raffreddamento, alla pulitura ed all'inscatolamento. 
L'acqua necessaria  per le lavorazioni era fornita da tre capaci cisterne, a cui più tardi ne fu affiancata una quarta. 
Le confezioni si conservavano in un locale sito all'estremità ovest dello stabilimento. 

I materiali usati per la costruzione di questo complesso architettonico provengono dalle locali cave di arenaria, le coperture a tetto in cannucciato sorretti in genere da solide capriate sono finite da coppi. 
La parte pavimentata degli spazi aperti utilizza un basolato di pietra locale. 
Lo stato di conservazione non è dei migliori ma l'impianto , anche laddove crolli e danneggiamenti umani o naturali , dovuti a non infrequenti trombe d'aria , ne hanno determinato la scomparsa, è perfettamente leggibile.



 

I fenomeni di trasformazione degli edifici


Oggi tali edifici sono pressochè completamente abbandonati nella loro funzione, d'altra parte costituiscono per la loro collocazione in prossimità del mare ed in luoghi spesso suggestivi, appetibile richiamo per speculazioni edilizie cui data la struttura proprietaria estendentesi anche oltre i confini fisici della struttura hanno fatto nel tempo da scudo. 

Laddove la sensibilità, l'assenteismo della proprietà o semplicemente motivi affettivi, hanno permesso il mantenimento delle strutture la facile soluzione del "riuso" (in termini turico-alberghieri o residenziali) costituisce il più delle volte la premessa allo stravolgimento degli impianti originari. 
Tale fenomeno ha già interessato parecchi di tali stabilimenti in area mediterranea e non è fenomeno nuovo se già nell'ottocento si ha notizia di operazioni di trasformazione originate dal fabbisogno di ampi locali, in grado di ospitare tini e botti in prossimità dei luoghi di imbarco, o per la nascita di veri e propri centri di produzione e lavorazione del vino nella zona del marsalese. 

In qualche caso è in atto la "museizzazione" dei luoghi e degli attrezzi slegata il più delle volte da ipotesi reali di sviluppo economico.




Le ragioni del declino


Indagini numerose e circostanziate sono state compiute negli anni per determinare le cause economiche del declino di un'attività nei secoli scorsi appetibile e lucrosa nell'ambito delle attività imprenditoriali . 

Nella storia dell'economia medievale e moderna le attività direttamente e indirettamente riconducibili alla pesca del tonno, ebbero un ruolo progressivamente crescente, sia sotto il profilo della produzione, sia sotto quello dell'organizzazione del lavoro e della quantità e qualità dei prestatori d'opera che partecipavano dell'intero ciclo (tonnarioti, bottai, uomini di fatica ecc.). 

La scelta del sito più adatto a calare le reti rispondeva a molteplici valutazioni di ordine tecnico, la possibilità e le modalità dell'esercizio della pesca sottostavano invece a a due presupposti non meno essenziali: un'ampia disponibilità finanziaria dei gestori e la concessione da parte degli organi istituzionali e statali dell'autorizzazione all'esercizio della pesca medesima. 
Nel quattrocento in Sicilia erano attive circa 30 tonnare, nel 1578 erano 41, nel 1709 se ne elencavano 69 tra funzionanti ed inattive, nel 1816 il messinese D'Amico ne enumera 51. 
Una commissione parlamentare nella seconda metà dell'ottocente nel periodo 1879-1883, ne enumera 21 in funzione.

Sembra assodato che l'estrema variabilità in quantità e qualità del pescato su base annua, a fronte di costi costanti e/o crescenti possano dare utili apprezzabili solo su cicli lunghi di produzione, da ciò discende la necessità di risorse finanziarie adeguate. 

Nella pesca del tonno il finanziatore non era semplicemente un prestatore di fondi cui andava comunque restituito il capitale coi frutti maturati, ma esercitava prevalentemente il ruolo di gabelloto ed amministratore che rischiava più di qualsiasi negoziante-banchiere estraneo al ciclo produttivo. 
Per quanto potesse rivalersi sulle parti di pescato spettanti alle ciurme do tonnarioti, a conclusione di una stagione sfavorevole doveva pur sempre registrare una perdita dei capitali impiegati. 
Pochi erano i conduttori di tonnare o le società di caratari che potevano permettersi di continuare dopo una serie di cicli negativi. 
Tale quadro economico era stato ben compreso nell'ottocento solo in minima parte dalla nascente imprenditoria industriale , la parte più retriva e maggioritaria di tale imprenditoria preferì percorrere altre strade, segnando la fine per mancanza di adattamento alle mutate condizioni della produzione e del mercato dell'industria del tonno. 

Oggi a tali carenze finanziarie e di politica industriale si aggiungono le conseguenze della globalizzazione e dell'uso in tale settore di tecnologie avanzate per la cattura direttamente in Atlantico , tali da marginalizzare ulteriormente le strutture fisse di pesca.





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Capopassero la tonnara   Tonnara di Capopassero

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