Le Tonnare del Golfo di Castellammare


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Le Tonnare Oggi





LA TONNARA DI SCOPELLO



Storia

La tradizione storica ha individuato nell'odierno sito di Scopello l'antico insediamento di "Cetaria", posto da Tolomeo tra Bati e Panormo, proprio in relazione al suo nome derivante dalla pesca del tonno che qui fu sempre praticata. 

Questa identificazione è stata avvalorata nel tempo da pochi ruderi emergenti e da materiale fittile erratico rinvenuto nei pressi della tonnara. 
Ma, sino al periodo normanno, le fonti documentarie purtroppo sono avare, e non si può quindi ragionevolmente ipotizzare una continuità di vita di questo insediamento. 

Il nome "Scopello" appare per la prima volta in un diploma redatto in lingua greca nell'anno 1097, con il quale il Conte Ruggiero concedeva al Monastero di S. Maria di Boico, presso Vicari, terre, animali e servi nella stessa Boico, nonché a Ciminna, Scopello, Patterano e Garciniene. 
Nel diploma di concessione di Scopello al monastero di S.Maria di Boico si parla soltanto di una terra recante questo nome, la quale in precedenza era appartenuta a certo notaio Giovanni. 
Secondo l'Alessio il toponimo che compare nel diploma potrebbe interpretarsi o come adattamento del greco, "scoglio, secca, rupe" oppure come diminuitivo del prestito latino "scopulus" avente lo stesso significato. 
Ma è probabile che la località avesse tale nome anche prima della denominazione araba. 

Yàqùt, che scrive nella prima metà del XIII secolo basandosi però su fonti precedenti alla conquista normanna, forse dell'XI secolo, cita infatti "Usqubul, città su la costiera di Sicilia", che però appare un adattamento alla lingua araba di un toponimo preesistente. 
Edrisi, il geografo arabo che descrisse la Sicilia verso la metà del secolo XII, non fa una particolare menzione di Scopello, pur citando la vicina fortezza di "Al Madarig" ("le scale" l'odierna Castellammare del Golfo), nel cui porto "è un andare e venire di navi e vi si tendono le reti da pescare il tonno".
Ciò ci induce a ritenere che a quel tempo il territorio di Scopello doveva essere poco popolato o abitato soltanto stagionalmente per l'esercizio di una piccola tonnara.

Se vogliamo comprendere le vicende del territorio di Scopello e della relativa tonnara, è necessario tener presente che, dopo la conquista normanna, nelle spiagge siciliane fu riservato al sovrano il godimento delle tonnare, e fu interdetta ai privati la pesca dei tonni senza la regia concessione. 
Rientrava infatti nel Demanio regio "così il litorale marittimo fino alla distanza di un tiro d'arco o di balestra, per iactum balistae, come nel mare stesso i golfi e le insenature opportune alla pesca dei tonni".
E poiché, come vedremo appresso, la tonnara di Scopello fu venduta ai privati solo nel 1442, tutte le concessioni precedenti a tale anno debbono ritenersi relative al solo territorio detto anche "feudo", e non alla tonnara. 

Nel 1220 il feudo di Scopello, ad eccezione del porto e della tonnara, venne assegnato alla chiesa S.Maria dell'Ammiraglio in Palermo, in ricompensa del vasellame d'oro e d'argento che le era stato tolto per le necessità della guerra.
Dopo qualche anno, lo stesso feudo fu concesso in perpetuo dall'imperatore Federico II ad immigrati lombardi, guidati da Oddo di Camerana, affinchè vi affondassero una loro colonia.
Ma nel 1237 Oddo di Camerana supplicò l'imperatore di assegnargli in cambio la terra di Corleone, asserendo che quella di Scopello "non era sufficiente, ne capace di tante persone per abitarvi".
Ma il motivo di tale richiesta, più che nella limitatezza del territorio, va ricercato invece nel fatto che la ribellione delle popolazioni musulmane dei territori circostanti, e fors'anche le scorrerie dei corsari provenienti dal mare, dovevano rendere poco ospitale quella terra. 
Una circostanza quest'ultima che non poteva certamente ammettersi in forma ufficiale in un documento imperiale. 

Dopo l'abbandono da parte della colonia dei Lombardi il territorio di Scopello fu assegnato nel 1241 alla città demaniale di Monte S.Giuliano (oggi Erice), ma con privilegio di Ludovico III, venne restituito al Ciantro della Cappella Palatina di Palermo, quale beneficiale della Chiesa di S.Maria dell'Ammiraglio. 
Secondo Vito Amico, il Ciantro della Palatina lo diede poi in enfiteusi a Giambattista Catalta, nobile catalano e conte di S.Colomba, la cui figlia Caterina lo portò in dote al marito Giacomo Fardella, trapanese. 
Il feudo passò in seguito a placido Fardella principe di Paceco e successivamente ai suoi eredi. 

Come è stato detto in precedenza, la tonnara di Scopello sino all'anno 1442 era rimasta possedimento demaniale. 
Secondo quanto ci riferisce Luca Barberi nel "Liber de Secretiis", Gisberto de Sfar, quale procuratore generale del re Alfonso, con contratto stipulato il 1° marzo 1442 presso il notaio Pino de Ferri di Palermo, la concedeva a un certo Simone La Mammina per la somma di 40 onze, con la clausola della restituzione. 
Il privilegio di conferma di questa vendita fu dato il 27 maggio dello stesso anno. 
Alla morte di Simone La Mammina, subentrò nel possesso della tonnara la figlia Bartolomea, moglie di Giovanni di Sanclemente. 
Quest'ultimo in qualità di marito e di legittimo amministratore della predetta Bartolomea, volendo rendere più efficiente la tonnara impiegandovi parte del suo patrimonio, chiese al vicerè Lopez Ximenes de Urrea la facoltà di ampliarla, ottenendo, con privilegio del 28 marzo 1468, la concessione perpetua della stessa tonnara per sé e per i suoi discendenti con la rinunzia del riscatto da parte della corte. 
A Giovanni di Sanclemente succedette il figlio Simone, che ebbe la conferma della stessa successione con privilegio dato a Toledo il 18 luglio del 1502, del quale furono emanate le disposizioni esecutive a Messina il 18 novembre dello stesso anno. 

Se il Liber de Secretiis di Luca Barberi ci ha consentito di conoscere i vari passaggi della proprietà della tonnara sino all'anno 1502, per il periodo successivo ci è di grande ausilio l'albero genealogico della famiglia Sanclemente che oggi si conserva nell'Archivio di Stato di Trapani. 
Simone Sanclemente ebbe due figli maschi: al primogenito Giuseppe, pervenne il possesso dei due terzi della tonnara, mentre al terzogenito Giovanni fu assegnata la rimanente parte. 
A Giuseppe succedette il figlio Simone, che però non ebbe discendenti, sicchè alla sua morte, la quota da lui posseduta venne ereditata dalla madre Allegranza. 
Il terzogenito Giovanni ebbe soltanto una figlia, Francesca che sposò Ottavio Gioacchino, ma la coppia non ebbe figli. 
L'albero genealogico dei Sanclemente, a questo punto, mostra trasferimento della quota della tonnara di proprietà Allegranza al Collegio dei Gesuiti di Trapani, nonché dell'altra appartenente a Francesca al Monastero di SS.Rosario di Trapani, detto anche di S.Andrea. 
Il Villabianca sostiene che Allegranza Sanclemente cedette ai Gesuiti la sua parte della tonnara di Scopello assieme al feudo d'Inici nel 1580, ma erra nel ritenere che i proprietari della tonnara fossero i Fardella, e che i Sanclemente avessero solo il semplice ruolo di affittuari. 
Questa confusione, evidentemente, fu causata dal non aver considerato il territorio di Scopello, appartenente ai Fardella, e la tonnara, di proprietà dei Sanclemente, come due unità ben distinte e separate. 
La quota della tonnara di proprietà di Francesca Sanclemente, che fu anche Terziaria Domenicana, venne da questa dotata, assieme ad altre rendite, al monastero del SS.Rosario di Trapani, detto anche di S.Andrea, il 4 marzo 1598. 
 
Nel 1767, con l'espulsione dei Gesuiti dal Regno di Sicilia, la quota della tonnara di loro pertinenza, che a quel tempo era gabellata a un certo D. Luigi Renna, passò in potere del Demanio regio. 
Quest'ultimo nel 1779 la vendette, per la somma di ventimila scudi, a Baldassare Naselli e Morso, principe di Aragona, che possedeva il vicino Stato e Terra di Castellammare del Golfo. 
Ma, dopo un primo periodo favorevole, la tonnara andò in perdita. 
A tal proposito, Carlo D'Amico, che scriveva nel 1816, osservava : "…. Essa voleva fare ubbertose pescaggioni a segno che detto Sig. Principe l'arbitriava a suo conto; ma da molti anni a questa parte è decaduta dal suo antico buon essere, ed ha date grosse perdite alla famiglia Naselli con farle soffrire gravi interessi, per li quali non si cala di proprio conto, ma si dava in affitto. Dà successori del defonto Principe conoscendosi il danno, che aveva avuto la loro casa, e gli atrassi delle soggiogazioni, che il fu Principe D'Aragona aveva contratte nell'acquisto di suddetta tonnara, ch'era del monte di Trapani l'hanno cessa perché non vi erano beni liberi del principe, e la tengon i Gesuiti per una grossa soggiogazione di oncie 500 che esiggono. Sembra adesso che si mettesse in buono stato di profitto, e così pagarsi li creditori". 
Come si può dedurre da quanto riferito dal D'Amico, i Gesuiti dal loro rientro in Sicilia, avvenuto nel 1805, riuscirono a rientrare in possesso della loro quota della tonnara, mentre la rimanente parte era rimasta ininterrottamente al Monastero del SS. Rosario di Trapani. 

Nel 1860, con decreto di Garibaldi del 17 giugno, la Compagnia di Gesù veniva nuovamente sciolta ed i Gesuiti ancora una volta erano costretti ad abbandonare il territorio dell'isola. 
Tutte le rendite e i beni della Compagnia ritornarono così a far parte del Demanio del nuovo Stato unitario, in virtù del decreto del Prodittatore Mordini del 17 ottobre 1860. 
Analoga cosa avvenne per i beni del Monastero del SS. Rosario di Trapani, a seguito della legge del 1866 di soppressione delle corporazioni religiose e liquidazione dell'asse ecclesiastico, sicchè le due diverse quote della tonnara di Scopello vennero a riunirsi nel Demanio statale e poste in vendita. 
La stima della tonnara e delle relative attrezzature venne eseguita il 9 luglio 1864 dal Delegato Ministeriale ingegnere Ludovido Amadini ed il valore assegnato, che avrebbe poi costituito la base d'asta, risultò di L. 162.341,04, di cui 149.303,70 per lo stabile e L. 13.037,34 per le attrezzature. 
L'asta pubblica ebbe luogo presso l'Intendenza di Finanza di Trapani il 27 aprile del 1874, e la tonnara venne aggiudicata per la somma di L. 175.000 a un certo Francesco Incagnone, per persona da nominare. 
Il 30 aprile dello stesso anno, con atto presso il notaio Paolo Giammarinaro di Trapani, l'Incagnone dichiarava di avere acquistato la tonnara quale procuratore di Ignazio Florio, Angelina Florio in De Pace, Luigi De Pace, Antonino De Pace, Vincenzo Giachery, Salvatore Cricchio ed Eugenio Cricchio. 
Soltanto Vincenzo Florio acquistava la quota di 2/8 della tonnara, mentre gli altri ne entravano in possesso per 1/8 ciascuno. 

Da allora la tonnara è sempre rimasta un bene indiviso appartenente a privati, sebbene, o per vendite o per divisioni ereditarie avvenute nel tempo, il numero di coloro che oggi ne detengono le quote di proprietà sia notevolmente aumentato.



 

  ATTIVITA', PRODUZIONE E REDDITO DELLA TONNARA 

La più antica notizia documentata relativa all'attività della tonnara di Scopello nel periodo in cui appartenne al Demanio regio può dedursi dal "Quaderno delle Gabelle", un antichissimo codice che contiene una descrizione dettagliata delle gabelle dovute al R. Erario in Palermo prima del 1312, nonché le istruzioni per la loro riscossione, il che logicamente fa pensare ad un esercizio organizzato della stessa tonnara sin dal XII secolo.
Una certa continuità dell'attività della tonnara è anche testimoniata da un atto, stipulato il 15 gennaio 1421 dal Notaio Traversa di Palermo, relativo a basi temporanee di pesca istallate a Scopello.
In questo periodo la tonnara doveva però essere costituita da un complesso alquanto modesto se, nel citato Liber de Secretiis, viene indicata come "tonnaria parva sive thonus maris".

La tonnara, dopo che Simone la Mammina nel 1442 ne ottenne la concessione regia, venne probabilmente ampliata, ma di certo lo fu nel 1468 ad opera del genero Giovanni di sanclemente che lo ebbe in "perpetuo". 
Passata sullo scorcio del XVI secolo ai Gesuiti ed al monastero del SS. Rosario di Trapani, venne ulteriormente potenziata. 
Ciò chiaramente appare da un'accurata lettura delle strutture dei diversi corpi di fabbrica dell'impianto a terra (marfaraggio). 

Non abbiamo dati relativi al reddito della tonnara sino alla fine del XVII secolo. Per quanto riguarda i 2/3 di proprietà gesuitica, sappiamo però che, nel periodo che va dal 1694 - 95 al 1736 - 37, il profitto massimo si ebbe nel 1715 - 16 e fu di onze 1777.25.9.2, mentre la perdita massima, pari ad onze 526.0.11, si verificò nel 1735 - 36. 
In questi 36 anni il profitto medio si aggirò sulle 500 onze annue, e soltanto in 7 annate la gestione chiuse in passivo. 
Sappiamo inoltre che, alla data della loro espulsione, i Gesuiti avevano gabellata la parte di tonnara a loro appartenente a un certo Luigi Renna per la somma annua di onze 1078,7 e che vi avevano anche apportato dei miglioramenti fondiari, impiantandovi un giardino, probabilmente nella vasta area retrostante ai caseggiati. 
Il demanio regio gabellò la tonnara nuovamente allo stesso Renna per altri 4 anni a partire dal 25 maggio 1768 per la somma di 1067,15 onze. 

Come abbiamo già detto, quando nel 1779 il Demanio vendette a Baldassare Naselli e Morso la quota di tonnara degli espulsi Gesuiti, dopo un primo periodo di floridezza, la gestione andò in perdita 
Non possediamo elementi per poter determinare il reddito della tonnara dall'anno in cui i Gesuiti ritornarono in possesso della tonnara (1805) al giugno 1860, data della loro seconda espulsione dalla Sicilia. 
La tonnara, passata nel 1874 in proprietà al gruppo Florio, venne ulteriormente potenziata ed ammodernata. Nel periodo 1896 - 1905, il pescato oscillò dai 2480 q.li del 1903 ai 1043 q.li del 1905. 
Nel periodo successivo si ebbero forti variazioni del pescato annuo. 
Dal modesto quantitativo di 2 q.li del 1913, di 78 q.li del 1914, 206 q.li del 1915, di 84 q.li del 1917, si arrivò a punte massime di 1511 q.li nel 1916 ed a ben 2.853 q.li nel 1918. Dati più precisi si posseggono per il periodo che va dal 1922 al 1962. Il pescato medio annuo risulta di tonni 472, con un massimo di 1335 tonni nel 1938 ed un minimo di 30 nel 1929, corrispondenti ad un peso medio di q.li 835 circa, con un massimo di q.li 2054,49 ed un minimo di q.li 53,54 negli stessi anni 1938 e 1929. 
In questo stesso periodo il bilancio della tonnara fu attivo in 29 anni e passivo in 12 anni. Nel decennio 1961 - 1970, lo standard normale si assestava sui 600/800 quintali annui. 
Successivamente, l'anno migliore è stato il 1977 con un pescato di 700 tonni pari a q.li 1030. 

Nel 1981 la tonnara fu prescelta per sperimentazioni biologiche. 
Vennero rinchiusi cinque grossi tonni in una grande gabbia galleggiante, qui fatti passare direttamente dalla camera della morte della tonnara, con l'intendimento di ottenere da questi esemplari la fecondazione in cattività. 
Il programma di ricerca fu portato avanti dal Laboratorio di biologia marina e pesca dell'Università di Bologna in Fano con finanziamenti del Ministero della Marina Mercantile.




  CARATTERISTICHE DELLA TONNARA 

Per poter meglio comprendere l'organizzazione della tonnara di Scopello, sia nel suo impianto di reti a mare che nel complesso degli edifici a terra, sarà necessario fare alcune premesse. 
 
Nell'ambito di un movimento generale circolare, alla fine del mese di aprile o ai primi di maggio di ciascun anno, i tonni si avvicinano alla costa per riprodursi (la corsa) e, una volta soddisfatte le loro esigenze fisiologiche, riprendono a metà luglio e sino alla fine di agosto la via del ritorno. 
Per la loro cattura, viene calata a mare un complesso sistema si reti, detto "tonnara", posto come sbarramento in un determinato specchio d'acqua, con il ben preciso scopo di guidare ed intrappolare i tonni che lo incontrano durante la loro corsa. 

Le tonnare vengono suddivise in due categorie: di andata e di ritorno. 
Le prime catturano questi grossi pesci all'inizio o durante il periodo della riproduzione, le seconde invece alla fine del suddetto periodo. 
Le tonnare, sia di andata che di ritorno, possono essere di golfo o di punta, a seconda che si trovino all'interno di un golfo ovvero all'estremità di un promontorio. 

Il complesso delle reti poste in mare nelle tonnare siciliane, secondo il sistema più antico, è generalmente costituito da un'isola formata da camere e da una coda o pedale. 
Quando i tonni, nella loro corsa, pervengono all'entrata della tonnara, dopo aver risalito il pedale, si immettono attraverso una bocca libera e aperta nelle camere dell'isola, ciascuna delle quali ha una parete mobile chiamata porta. Quest'ultima funziona come un grande sipario che viene sollevato dal fondo dove normalmente giace quando ancora non ci sono tonni. 
L'isola è costituita da un parallelepipedo formato da reti che dalla superficie del mare, dove sono sostenute da appositi galleggianti, arrivano al fondo, trattenute da adeguati pesi. 
È mantenuta in posizione fissa mediante un adeguato sistema di cavi ed ancore in ferro. 
È suddivisa in camere da reti che costituiscono le porte, ed è aperta soltanto in un varco, detto bocca, adiacente al pedale. 
Quest'ultimo si sviluppa perpendicolarmente alla stessa isola, proprio in relazione alla sua specifica funzione di convogliare i tonni verso la bocca. 
Una volta calata la tonnara, i tonni, non appena hanno risalito il pedale ed imboccato la bocca dell'isola, vengono avvistati da parte di esperti marinai che fanno una continua guardia sopra le barche dette "muciare", riparati da una specie di tenda (cabana) che, proiettando anche la sua ombra, consente una più chiara visione dei fondali. 
L'arrivo ed il percorso dei tonni vengono segnalati dalle vibrazioni di apposite lenze verticali, opportunamente contrappesate, che i suddetti marinai reggono con le mani. 
Individuato in tal modo il percorso e stimata anche l'entità del branco, non appena i tonni si decidono ad imboccare la direzione della camera della morte, il rais o i guardiani danno il segnale della levata. 
Da questo momento, la ciurma, posta sulla sponda del vascello, comincia via via a sollevare la grande rete di fondo, con un movimento di tipo rotatorio che produce il graduale avvicinamento del vascello alla chiusura del quadrilatero di reti dove, ultimata questa operazione, ha inizio la mattanza. 
I tonni, che sono stati sollevati dalla rete di fondo, si riducono a fior d'acqua, in un mare ribollente a causa dei loro convulsi movimenti. 
I marinai, provvisti di uncini, non appena i tonni che si dibattono sono a loro portata di mano, li agganciano e, utilizzando i loro ultimi spasmi dell'agonia, li inducono a saltare a bordo dove muoiono per asfissia. 
Non è vero, come molti spesso hanno asserito che i tonni vengano uccisi arpionandoli in mare. 
Il sangue che colora le acque della camera della morte è soltanto quello fuoriuscito dalle ferite provocate dagli uncini. 
Alcuni vorrebbero intravedere nella bravura, e soprattutto in alcuni rituali movimenti degli esperti marinai nella fase di sollevamento, quasi una specie di gioco col tonno, un vero e proprio spettacolo analogo a quello cruento della corrida. 
Tutta l'operazione guidata dal rais, vero e proprio generale in campo di battaglia, è cadenzata dal canto dei marinai, l'antica cialoma, che intende animare gli uomini della tonnara ad accrescere la loro forza per tirare su le reti, un canto che cambia di tono a seconda delle successive fasi della pesca. 

La tonnara di Scopello è sempre stata una delle tonnare dove i marinai hanno partecipato agli utili della pesca, essa insisteva nella parte occidentale del Golfo di Castellammare su un fondale di m. 52, aveva tutte le caratteristiche di tonnara di andata e di golfo. 
Aveva un pedale della lunghezza di m. 1200 circa, con direzione Nq ½ NE e coordinate dell'attacco j = 38° 04' 18'' N l = 112° 49' 28'' E, con bocca dell'isola aperta a SE. 
L'isola, normale al pedale, la cui ampiezza era di alcune centinaia di metri, nella sua originaria configurazione era scompartita in sette camere. 

Negli  ultimi anni, il precedente schema, formato da molte camere separate da porte, che aveva lo scopo di trattenere i tonni che entravano da una bocca completamente libera ed aperta, si evolvette accettando i concetti della tonnara spagnola, nella quale la tenuta dei tonni entrati veniva assicurata da una bocca a nassa, e da un minor numero di camere, generalmente tre. 

Anche i materiali, che un tempo costituivano l'impianto a mare, subirono l'evoluzione tecnologica. 
Le reti, che una volta erano realizzate con "ddisa" (sparto), cocco ed altre fibre vegetali, in seguito sostituite da reti  in nylon. 
I galleggianti, prima esclusivamente in sughero, venero sostituiti da galleggianti  in plastica di tipo rigido o gonfiabile. 
Al posto delle grosse gomene, anch'esse di fibre vegetali o di canapa, venivano impiegati cavi d'acciaio. 
I "piombi" necessari per tenere la tonnara in situ, che prima erano realizzati con pietre (rosasi), furono sostituiti con una pesante catena di ferro.
I sistemi di calo e di salpato della tonnara, un tempo eseguiti esclusivamente a mano, furono in seguito in buona parte meccanizzati.




 
I LOCALI A TERRA  

Nel dialetto siciliano con il termine marfaraggiu o malfaraggiu si intende il "fabbricato per la ciurma e per il deposito della tonnara" ed è un vocabolo, come tanti altri relativi alla pesca del tonno, di origine araba. 
Con maggiore precisione, Carlo D'Amico lo definisce "quel sito fabbricato con case, magazzini, baglio, che servono per abitazione della ciurma, per riposo degli ordegni, ed apparato delle tonnare e dè prodotti, ed ove vi sono li pelastri, che formano la loggia, dove si appendono i tonni per venderli o salarli, e per tutte le operazioni, che si fanno per l'esercizio della pesca delle tonnare, dove pure va compresa la casina e chiesa al servigio dei padroni e della ciurma". 

Il nucleo più antico del marfaraggio di Scopello può individuarsi nel corpo di fabbrica che sta addossato al roccione sul quale si eleva la torre di guardia. 
L'epoca di costruzione, sia di questo primo nucleo che della torre, non dovrebbe essere anteriore al XIII secolo, come chiaramente appare dall'esame di alcune tecniche costruttive tipiche di quell'epoca, quale quella adottata nella volta a piccoli conci che ricopre uno degli ambienti del marfaraggio nonché nelle murature della stessa torre. 

Non si può essere d'accordo però con Giulio Filoteo degli Omodei che, scrivendo nel XVI secolo, attribuiva la costruzione della torre a quell'Oddo di Camerana che in questo luogo fondò una colonia di Lombardi, poi abbandonata nel 1237. 
Come è stato detto in precedenza, infatti i Lombardi avevano avuto concessa dall'imperatore Federico II soltanto la terra di Scopello, con esclusione della tonnara che a quel tempo apparteneva ancora al Demanio Regio, e quindi sarebbe stato strano che i suddetti Lombardi avessero costruito la torre nella fascia demaniale. 
Più ragionevolmente deve ammettersi che la torre, unitamente al primo nucleo del marfaraggio, sia stata costruita dal Demanio regio in primo luogo per la difesa della tonnara e secondariamente del territorio di Scopello. 

È molto probabile che sino al 1468, anno in cui Giovanni di Sanclemente chiese ed ottenne la concessione perpetua della tonnara al fine di renderla più efficiente, il marfaraggio di Scopello abbia conservato le modeste dimensioni sopra precisate. 
L'ampliamento realizzato da Giovanni da Sanclemente dovrebbe pressappoco comprendere i corpi di fabbrica che, assieme all'antico nucleo, circoscrivono il baglio. 

Alla fine del XVI secolo, essendo pervenuta la tonnara in possesso dei Gesuiti, e del Monastero del SS. Rosario di Trapani, vi furono probabilmente apportati miglioramenti nei corpi di fabbrica già esistenti, come la costruzione o ricostruzione della chiesetta barocca del baglio, e vennero inoltre costruiti, o quanto meno trasformati, sia i magazzini per il ricovero delle barche, che il corpo di fabbrica destinato all'alloggio dei pescatori (vicaria), unitamente ad altri edifici minori. 
In particolare la costruzione di suddetti magazzini, avvenuta nel 1761, può mettersi in relazione alla necessità di ricovero delle grandi barche della lunghezza di circa 18 metri, di cui alla relazione di un certo mastro Giuseppe Greco in data 27 gennaio 1771, che vennero a costare di soli materiali 200 onze ciascuna. 

Al periodo di Florio, oltre all'esecuzione di opere di miglioramento di carattere generale, si deve la sopraelevazione di uno dei corpi di fabbrica del baglio per ricavarvi nuovi locali destinati all'amministrazione. 
Come risulta dall'inventario della Tonnara di Scopello e "Tonnarella Guzzo", datato 16 dicembre 1913, dal 1878 al 1890 anche tutti i "barbarecci" furono rinnovati. 

Nel 1578 il senese Tibuzio Spannocchi, per incarico del vicerè Marcantonio Colonna, visitava le marine dell'isola per rilevare la configurazione del litorale nonché la posizione delle torri che sorgevano lungo di esso, allo scopo di predisporre un piano di potenziamento della difesa delle coste. 
Lo Spannocchi nel notare che la torre di Scopello apparteneva agli eredi di Don Simon S.to Clemente, ossia alla madre Allegranza che avrebbe poi lasciato la quota di sua proprietà ai Gesuiti di Trapani, osservava anche che se la torre della tonnara non fosse stata "ne lo scoglio dietro la cala che non può esser vista da alcuna parte" avrebbe potuto essere utile, ma di fatto non lo era poiché non aveva alcuna rispondenza con le altri torri vicine. 

Anche l'architetto fiorentino Camillo Camilliani, che nel luglio del 1583 eseguiva una nuova ricognizione del litorale dell'isola, annotava sia in merito alla tonnara che alla sua torre : "Siegue una cala di gran capacità, ma molto sconcia per la occupazione degli scogli, che di fuora ed intorno vi si veggono; e questa è detta dello Squarciatore, insieme con una punta, che per essere molto atta e per la comodità di uno scoglio molto acconcio s'adatta a una tonnara; e sopra il detto scoglio ci è una torre, che oggi la fida Ottavio Gioacchino. 
Quest'ultimo era il marito di quella Francesca Sanclemente che avrebbe successivamente trasferita la parte di sua proprietà della tonnara al Monastero del SS. Rosario di Trapani. 
Il Camilliani consigliava quindi la costruzione di due nuove torri, da sorgere rispettivamente alla Fungia e alle cale dello Zingaro. 

Accogliendo i suggerimenti sia dallo Spannocchi che dal Camilliani, la Deputazione del Regno nel 1595 decise però di costruire soltanto una nuova torre, non molto distante da quella della tonnara, ma posta in luogo più elevato e tale quindi da avere perfetta corrispondenza sia con la torre Guidaloca a Sud che con le torri Impiso e Scieri a Nord. 
La nuova torre, che ancor oggi si osserva non molto distante da quelle della tonnara, fu chiamata D'Oria, Aragona o Fungia dal nome degli omonimi scoglio e punta che si trovano non molto distanti. 
Essa però non ricadeva entro il perimetro della tonnara, ma nel territorio di Scopello, e pertanto ne spettava la soprintendenza al principe di Paceco, Fardella che, come già detto, era signore anche di questo territorio. 

Ma il potenziamento della difesa della costa con la costruzione di questa nuova torre non riuscì ad impedire che, nel maggio del 1597, da alcune galere alla fonda della baia di Scopello sbarcassero numerosi corsari, catturando nel territorio di Scopello un ragazzo quattordicenne di nome Andrea, e che altra incursione barbaresca avvenisse nello stesso luogo nell'anno 1605. 

L'organizzazione del marfaraggio di Scopello era, ed è ancora, essenzialmente legata alle due fasi dell'impresa della tonnara che precedono e seguono l'attività di lavoro in mare. 
Innanzitutto, occorre precisare che i diversi corpi di fabbrica che lo costituivano dovevano avere caratteristiche tali da consentire sia il razionale ricovero delle barche, che l'immagazzinamento delle reti e di ogni altra attrezzatura nel periodo in cui la tonnara non era in attività. 
Il marfaraggio doveva inoltre consentire la possibilità di alloggiare tutto il personale (40 uomini circa) addetto alla tonnara durante i cento giorni circa della sua attività annuale. 

La prima fase delle operazioni, che in massima parte si svolgeva nell'ambito del marfaraggio e che precedeva il lavoro in mare, consisteva nella preparazione e messa a punto di tutte le attrezzature. In primo luogo, venivano tratte fuori dai ricoveri tutte le barche per procedere alla loro revisione ed al necessario calafataggio. 
Successivamente, dopo aver trasportato all'aperto le reti conservate negli appositi magazzini, venivano distese nell'ampio spazio libero compreso tra i corpi di fabbrica del marfaraggio ed il mare, per provvedere alla ricucitura degli strappi ed alla sostituzione di intere pezze andate a male nel corso del precedente esercizio. 
Inoltre, si rivedevano ed integravano gomene, corde, cavi, galleggianti in sughero, pesi in pietra, ecc., e si metteva in ordine ogni altra attrezzatura da impiegare. 
Il lavoro della tonnara assorbiva anche manodopera esterna per preparare in precedenza materiali e provviste di diversa natura, come legname, ferro, chiodi, pece, corde, sale, ecc. nonché tini e barili per la lavorazione e conservazione del tonno, il tutto da allestire e trasportare nel marfaraggio in tempo utile. 
Talvolta tini e barili venivano costruiti nella stessa tonnara. 
Particolarmente impegnativa era la lavorazione della ddisa che un tempo serviva per fare le corde e le reti, ed era questo un lavoro che occupava quasi sempre manodopera femminile esterna che per buona parte dell'anno era impegnata in tale attività presso la propria abitazione. 

A questa prima fase di preparazione e messa a punto a terra, seguiva la seconda di attività di lavoro in mare, consistente sia nell'impianto del complesso di reti che costituivano l'isola con il relativo pedale, sia in tutte le operazioni connesse alla pesca del tonno che si concludevano con la mattanza finale. 

La terza ed ultima fase, che si sviluppava con la lavorazione del pescato, si svolgeva nuovamente nel marfaraggio. 
I tonni, una volta scaricati a terra, venivano appesi nella loggia o appenditoio ed avevano così inizio le operazioni necessarie per la loro pulizia, per la selezione delle diverse parti, per il taglio e la riduzione in pezzi che venivano infine sistemati in barili unitamente a strati di sale. 
Al termine della campagna del pescato, le barche e le reti, prima distese ed asciugate all'aria, nonché ogni altra attrezzatura della tonnara venivano nuovamente conservate nelle rimesse e nei magazzini, secondo un ben preciso ordine. 

Tutti gli uomini della tonnara erano indistintamente impiegati nelle diverse fasi di lavoro precedentemente descritte, sotto la vigile direzione del rais. 
Durante tutto il periodo dell'attività della tonnara, gli uomini venivano alloggiati in un apposito edificio, che a Scopello veniva chiamata "vicaria". Il rais, invece, occupava con la sua famiglia un alloggio separato. 
Il numero degli addetti all'attività della tonnara, quando essa era nel suo pieno esercizio, come è stato già detto, si aggirava sulle 40 unità. 

Tutte le diverse fasi di attività della tonnara rimasero invariate per molti secoli. 
Soltanto negli ultimi decenni di attività, rispetto al passato, qualcosa è mutata, soprattutto in relazione al progresso tecnologico che ha introdotto nuovi e più razionali materiali per le reti, le gomene, le corde, i cavi, i galleggianti, i pesi di fondo, ed anche per la meccanizzazione di alcune delle operazioni fondamentali. 

Buona parte degli addetti della tonnara, in seguito alla costruzione di una strada rotabile di accesso, e data quindi la possibilità di rapidi spostamenti con mezzo proprio, preferivano ritirarsi, al termine del loro lavoro, nelle loro abitazioni, per lo più ubicate nei paesi vicini alla tonnara stessa. 

Un tempo invece, poiché la tonnara era più facilmente raggiungibile dal mare anziché da terra, si rendeva necessario poter disporre di idonei alloggi per la ciurma nel marfaraggio. 
Questa difficoltà di accesso via terra ha fortunatamente evitato lo smantellamento e la dispersione delle antiche attrezzature non più utilizzate, sicchè oggi esse, grazie anche ad una oculata amministrazione e a un intelligente recupero, sono state raccolte ed ordinate in un apposito locale del marfaraggio, venendo così a costituire un interessante documento storico del loro evolversi tecnologico. 
L'approvvigionamento idrico della tonnara è stato sempre fornito da una sorgente ricadente nel territorio del feudo di Scopello.



 


 
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